*** TEMPLATE DI BLACK SAILS --- NON PRELEVARE !!! *** The Sound of Silence
The Sound of Silence
Sono io
Utente: BlackSails
Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nel proprio ardore.

Io sono il mare di notte in tempesta
il mare urlante che accumula nuovi
peccati e agli antichi rende mercede.

Sono dal vostro mondo esiliato
di superbia educato, dalla superbia frodato,
io sono il re senza corona.

Son la passione senza parole
senza pietre del focolare, senz'arma nella guerra,
è la mia stessa forza che mi ammala.


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martedì, 10 novembre 2009
Titolo: Terrae Motus



 
[ fotografie di:
Roberto Grillo (il mito)
e Renato Vitturini ]


Soffiato da BlackSails alle ore 16:34 commenti
venerdì, 06 novembre 2009
Titolo: 7 mesi

6 aprile...

candle 

...6 novembre


Soffiato da BlackSails alle ore 16:18 commenti
lunedì, 02 novembre 2009

alda merini

Soffiato da BlackSails alle ore 10:05 commenti
giovedì, 29 ottobre 2009
Titolo: ...

Dovevi farcela uscire qualcosa di buono da questo 28 ottobre, vero??
Bravo, ci sei riuscito, anche da lì...
Ma cazzo... dovevi esserci tu, oggi!!!
Lo volevo da te quel riconoscimento per me così importante.
Qualcuno ha detto che c'eri lo stesso...
sì lo so, lo credo anch'io

però non è la stessa cosa.


Soffiato da BlackSails alle ore 00:54 commenti (1)
mercoledì, 28 ottobre 2009

Il 28 ottobre è ormai da 5 anni una giornata di merda...
quest'anno ancora di più.

Vabbè...
da stasera nei cinema, solo per due settimane, This Is It, il film ricavato dai dietro le quinte di quello che doveva essere il prossimo concerto di Michael Jackson...
un altro angelo tornato lassù.



Soffiato da BlackSails alle ore 10:26 commenti (1)
martedì, 27 ottobre 2009
Titolo: ?

Quanto sembra assolutamente impossibile il dover vivere senza di te...

missing


Soffiato da BlackSails alle ore 23:11 commenti
domenica, 25 ottobre 2009
Titolo: empatia

Guardate con attenzione questo video fino alla fine
(perché poi la vera rivelazione sta proprio alla fine).
Riflettete sulle immagini e sulle parole
(sotto la traduzione per chi non dovesse capire il francese).
E' uno splendido insegnamento sulla vita, su ciò che dovrebbe essere l'umanità... ma spesso non è.
Molto più umani, invece, spesso sono gli animali.



Un giorno sulla terra
L'empatia
E' una nozione indicante il meccanismo attraverso il quale un individuo può comprendere i sentimenti e le emozioni di un altro individuo.
La facoltà di identificarsi in qualcuno e di sentire ciò che egli sente, i sentimenti dell'altro ed in particolare la sua sofferenza e la sua angoscia, sentimenti ben più forti che le credenze e le differenze.
Questo permette di entrare nella percezione dell'altro, di sentire la sua paura, la sua collera, la sua tenerezza... di vivere temporaneamente la sua vita e muovercisi con delicatezza, senza emettere giudizi.
Cercare i punti comuni prima che le differenze, e ci sono sempre più punti comuni che differenze: la linfa, il cuore e l'anima.
Il calore umano è quando si offre di sè senza aspettare nulla dall'altro, semplicemente condividere per non sprecare una vita e venire in aiuto a coloro che non hanno questa facoltà.
E malgrado tutte le difficoltà conservare questa forza, questa volontà, donare un soffio di cuore a coloro che non l'hanno rubato, giusto un po' d'attenzione... e dare a ciascuno il diritto di esistere.
Sentimento superiore all'istinto ed alla catena alimentare.
Sentimento che ci permette di prenderci cura dell'altro e condividere il poco che si possidere.
Ed aiutarsi a tenersi caldo o a proteggersi.
Saper condividere la felicità, la tenerezza, la protezione e la complicità.
Si ha tutti bisogno di calore umano.
Si ha tutti bisogno d'affetto e ci si riconosce tra simili nonostante le apparenze, senza mai fidarsi dell'abito, senza mai preoccuparsi della lingua, poiché c'è qualcosa che è invisibile ad occhio nudo, ma che non è inodore.
Definizione finale.
La scienza ha provato che la differenza tra l'uomo e l'animale è appunto l'empatia.
Ma...
fratricidi... colpevole... iniquità...
Ho perfetta coscienza che con questo video invito alcune persone a rimettersi in causa, ma rimettersi in causa è rimettersi ai comandi della propria vita ed accorgersi di aver perduto i fondamenti dell'umanità.
Di fatto, l'empatia? Fra gli uomini o gli animali?

Questo è ciò che un uomo dovrebbe essere.


Soffiato da BlackSails alle ore 23:40 commenti
venerdì, 16 ottobre 2009

Lettera agli aquilani dopo sei mesi.
 
Oggi è il sei ottobre 2009. Sei mesi dal sei aprile. Sei mesi, che sono un soffio e un’eternità insieme.
Un soffio, per chi prepara progetti e li mette in atto, scontrandosi con la realtà dei “tempi tecnici” necessari per fare qualsiasi cosa. Un’eternità, per chi aspetta una normalità che sembra non arrivare mai, costretto a una vita da rifugiato anche se ha scelto di vivere a pochi metri da casa, obbligato a far passare il tempo senza avere il comando dei propri giorni per decidere come viverli.
 
Come capita sempre nella vita, a distruggere basta un attimo, per costruire serve tempo. Una città, un territorio sono come una famiglia, un’impresa, una qualsiasi altra realizzazione sociale dell’uomo. Quando l’amore non è coltivato ogni giorno, quando si lavora oggi senza pensare a domani, quando si sta insieme per motivazioni che un giorno erano chiare, ma sulle quali non si è avuto la prudenza di lavorare, qualsiasi crisi può sfasciare tutto quello che abbiamo costruito, su cui abbiamo scommesso, che abbiamo considerato un bene acquisito una volta per sempre. Le famiglie si dividono, le imprese falliscono. Comincia, inevitabile, una stagione di ripensamenti, spesso di accuse agli altri perché non ci hanno capito, non hanno riconosciuto le nostre ragioni, hanno mandato a rotoli i nostri progetti.
 
Chi resta da solo e senza risorse, chi si ritrova dall’oggi al domani senza lavoro, chi si accorge che il racconto delle proprie esperienze di dramma, col loro strascico di paure e incubi notturni, ottiene un’attenzione sempre minore, distratta, svogliata: sono queste le sole persone che possono capire cosa sono sei mesi nella vita di chi se l’è vista distrutta.
 
Il terremoto, la distruzione: nulla è più come prima, niente lo sarà mai più. Il terremoto parte dalla terra e arriva dentro ciascuno, dentro le famiglie, le comunità, le città, si installa come un ospite non voluto che è impossibile allontanare.
 
Una presenza che cambia peso e intensità col passare dei giorni. I primi sono quelli del lutto, dei soccorsi, dei senzatetto da mettere al riparo. Poi ci sono quelli della solidarietà, tra chi è venuto ad aiutare e chi ha trovato rifugio, dell’accoglienza, della voglia di far festa per ogni piccolo segno di vita buona, come una scuola che riapre o la nascita di un bimbo che diventa simbolo di speranza per tutti. Poi ci sono i giorni duri del tempo che rallenta, delle televisioni che non hanno più inviati, della routine dei campi che si vive con il fastidio crescente di essere come separati, da quei teli blu, dal resto del mondo e dal proprio futuro. Adesso è il periodo del tempo che non passa, perché ogni entusiasmo si è raffreddato, e ogni attesa provoca dolore, perché, costretti dalle cose ad essere realisti, a guardare in faccia la realtà per com’è, arriviamo a non sopportarla più.
 
Anche i fatti positivi che pure accadono intorno a noi sono condivisi con riserva, se riguardano altri e non il proprio futuro. Sono centinaia, dopo sei mesi, le famiglie che abitano case nuove e confortevoli. Sono migliaia i ragazzi che hanno ripreso la scuola spesso in strutture realizzate a tempo di record. Sono sempre meno coloro che ancora non hanno trovato una sistemazione buona almeno per l’inverno. In sei mesi l’Italia intera ha partecipato a realizzare, all’Aquila, strutture che in occasione di altri terremoti non si sono mai viste o hanno richiesto anni per essere completate. La Protezione Civile e tutte le sue componenti e strutture operative, decine e decine di imprese al lavoro, hanno trasformato L’Aquila e i Comuni del cratere in un cantiere aperto giorno e notte per dare casa e servizi a un’intera città disastrata.
 
I primi risultati si vedono, sono concreti, sono reali, ma la realtà, che pure registra record assoluti di tempestività ed efficienza, sembra sempre in ritardo rispetto al tempo della nostra impazienza, della stanchezza che arriva alle ossa perché abbiamo bisogno di un’aria diversa per respirare, senza misurarci ogni istante col tempo che, a seconda dei casi e dei ruoli, si traveste da soffio o diventa eterno sulla nostra pelle.
 
Scrivo queste cose, a sei mesi dalla catastrofe, perché non mi sento ma sono aquilano, non mi sento ma sono terremotato, perché vivo da quel giorno gli stati d’animo, le ansie e anche le speranze di chi vive qui, nelle condizioni che il sisma del 6 aprile ha disegnato. Chi lavora con me da sei mesi, impegnato ogni giorno per rimediare ai guasti del terremoto, vive questa contraddizione di sentire che il tempo, i giorni, sono sempre troppo pochi e troppo lunghi, troppo pochi per arrivare a tutto, troppo lunghi perché non si vede bene la fine del tunnel della precarietà nel quale nessuno, lo abbiamo giurato a noi stessi, deve restare intrappolato.
 
Non siamo terremotati perché il sisma ci ha colpito ma perché abbiamo scelto di esserlo con gli aquilani, siamo venuti da fuori e siamo rimasti, con l’idea forse banale e semplicistica che stava a noi per primi non andarcene, restare e lavorare senza risparmio di energie per dire coi fatti ai cittadini dell’Aquila che non erano soli, che lo Stato c’era e c’è, che il terremoto non ha lasciato nessuno senza percorsi possibili verso un futuro vivibile.
 
Sono andato via dall’Aquila solo quando la tragedia, il disastro, hanno colpito altre parti d’Italia, a Viareggio, a Messina in queste ultime ore. Viaggi da una catastrofe ad altre, da un dolore che conosco ad altre sofferenze e altre amarezze. Per questo non ho bisogno di leggere i giornali, di ascoltare dichiarazioni, di scorrere reportage, di prender parte al gioco inutile delle polemiche per sapere che il nostro compito in Abruzzo non è ancora finito, che dobbiamo mettere in conto ancora giorni e giorni passati lavorando senza badare alla fatica, spendendoci per limare un po’di tempo all’eternità di chi aspetta e far stare più cose nel soffio di ogni giorno a nostra disposizione.
 
Chiedo al tempo, in questo giorno, di non impedirci di vedere ciò che abbiamo fatto e di gioirne, insieme a quanti per primi sono arrivati a godere dei risultati dell’enorme sforzo che ogni giorno si compie in queste terre.
 
Chiedo al tempo che ci conceda una sua piega, per ricordare quanta strada abbiamo fatto in sei mesi, dai primi soccorsi alle esequie delle vittime, dalla visita del Papa alle decisioni del Governo per far fronte all’emergenza, dal G8 ai piani per le nuove costruzioni, dalle prime case finite a quelle che stanno sorgendo, dai giorni della mobilitazione solidale degli italiani fino all’oggi, che vede ancora migliaia di persone al lavoro, che hanno stabilito con l’Abruzzo e la sua gente un rapporto destinato a durare.
 
Chiedo al tempo, infine, di lasciarci vedere il termine dell’attesa. Abbiamo tutti fame di pace, di cose finite, di impegni assolti. Abbiamo tutti fame di un buon futuro possibile e concreto, da usare con un po’ di libertà. Lo so e lo sento, condivido, resto qui a condividere con quanti ancora devono pazientare.
 
Il giorno in cui daremo una casa all’ultima famiglia che l’aspetta, potremo di nuovo imparare a vivere il tempo nella sua semplicità, considerandolo nostro amico. Resto qui con voi, perché so che quel giorno è vicino e credo in coscienza di aver conquistato il diritto e l’onore di viverlo insieme a voi.
 
 
Guido Bertolaso


Soffiato da BlackSails alle ore 00:51 commenti
domenica, 11 ottobre 2009

Brividi sulla pelle...

Forse tra le tante canzoni scritte, da aquilani e non, per questa tragedia, questa è quella che i ragazzi di questa città sentono più "loro".
Forse perché si legge la rabbia, la disperazione, la paura... tutto ciò che ci ha attanagliato quella notte... e le notti a venire. Quando era ancora troppo presto anche soltanto per pensare alla "speranza".
Altro che "con un po' di fortuna si può dimenticare"... chi era qui quella notte, sa che le 3:32 del 6 aprile 2009 non se le dimenticherà mai!!
Forse questa canzone non uscirà mai fuori dalle nostre mura (anche quelle martoriate), ma qui dentro dà i brividi come poche!


Angelo delle 3 e 32
trecento anime hai fatto tue
signori sto provando a capire
è il 6 d'aprile, non so cosa dire.
L'Aquila trema, è scossa, ferita
volano freddo, è impaurita
la sento morire per qualche secondo
perde le forze durante la fine del mondo.
E dieci, venti, qualcuno di più
spiega, ti ascolto, Cristo Gesù
lungo le strade impastate di polvere
colorate di rosso, arredate di vita
palazzi liquefanno come le cere
di tante, troppe innocenti candele.
L'orologio della piazza centrale
fermamente deciso a non avanzare.
L'orologio della piazza centrale
fermamente deciso a non avanzare.
Ho visto Satana attingere
da algide acque pestilenziali
forgiare di creta spettrale
a smorzare i più cupi bracieri.
Macerie di sogni infranti
speranze negate nei pianti
progetti smarriti sotto ferro e cemento
resta in corpo appena un lamento
e quanti sepolti senza aver neanche il tempo
di abbracciare anche la sola stessa paura
cinti, a sorte dalla morte in un lampo
lo stesso che gli ha devastato le mura
e viene dal basso, non giunge dal cielo
come Giuda coperto da un velo
vigliacco traditore terreno
ha vinto l'Abruzzo di puro veleno.
Anziani soccorsi da eroici ragazzi
che di pace non sono mai sazi
che del bene portan la croce
in silenzio ma alzando la voce.

L'orologio della piazza centrale
fermamente deciso a non avanzare.
L'orologio della piazza centrale
fermamente deciso a non avanzare.
In braccio aveva un neonato
e il cuore atterrito e pietrificato
urlava chiedendo soccorso
e io che a cipolla accumulavo rimorso
una ragazza scampata al macello
parea la Vergine col bambinello
contro i vetri della mia auto
imponeva le mani implorando l'aiuto
e poi lei ridotta a uno straccio
timorosa d'esser d'intralcio
quando le offrii un modesto riparo
vedendo le membra irrigidite alla luce di un faro.
Avvolta da una fioca vestaglia
l'ascoltai ricordare stretta a una maglia
i momenti antecedenti la scossa
descrizione minuziosa per nulla rimossa
e mi fece effetto quel sentir narrare
con l'alito saggio di chi sa parlare
come un filo che di acqua ne ha vista cadere
eppure d'ingiallire non ne vuol sapere.
Centomila a contemplare quell'alba
timorosi del peggio dei giorni a seguire
a guardare quel sole di merda
che stava incominciando a finire.
E resta l'orologio della piazza centrale
fermamente deciso a non avanzare
resta Dio ai miei occhi immorale
e quelle bare bianche da seppellire.

[Cristian Di Prospero]
 

Grazie... 



Soffiato da BlackSails alle ore 23:26 commenti (3)
giovedì, 08 ottobre 2009
Titolo: ***sogni***

sogno 

Dio che bello che è sognarti!!!

E' il modo più bello per iniziare una giornata!
Certo... al risveglio lascia sempre quel velo di malinconia, dovuto alla consapevolezza che sei e resterai sempre e solo un sogno... che mai più potrò toccarti, guardarti, parlarti, respirarti, viverti...
Ma sei così reale nei miei sogni...
stanotte eri lì, così vicino che sentivo il tuo respiro...
ed il tuo sorriso era quello speciale di sempre, unico, vero.
Non sai cosa darei perché uno di questi sogni si avverasse, per averti ancora qui almeno per un momento, abbracciarti e sentirti stringermi ancora un'ultima volta come facevi sempre...
e dirti quel ti voglio bene che non ti ho mai detto...
ma che hai sempre saputo.


Soffiato da BlackSails alle ore 00:36 commenti


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